mercoledì, 30 maggio 2007,17:16

Avrei dolcezza di parole asciutte, e calma di pensieri delicati. Avrei mondi di cui parlare e avrei piccole viuzze da ri - esplorare. Avrei una stanza da ridipingere, un ciliegio da spogliare del suo rosso. Avrei una luce da spengere, delle briciole di pane da raccogliere dalla tavola, un'ultima pagina da ri - leggere. Avrei una camicetta a righe da stirare, se ci fosse bisogno, avrei dei fazzoletti non profumati nella borsa, avrei delle serate libere e delle serate da liberare. Avrei una caipiroska alla fragola da ordinare, da sorseggiare, da succhiare lo zucchero di canna in fondo con la cannuccia blu. Avrei da ridere un pò, fino alle lacrime, avrei da scegliere la maglia da mettermi. Avrei dei dischi da regalare, avrei da far stupire e da far arrabbiare. Avrei da sbrigarmi che altrimenti sarò in ritardo, avrei da guardare l'orologio mille e mille volte. Avrei voglia di ascoltare, nel silenzio delle ore che vengono dopo la mezzanotte, avrei voglia di dormire poi, di fianco. Avrei bisogno di conoscere, avrei bisogno di conoscerti e di mettere alla prova le mie supposizioni. Avrei cartine alla mano e una macchina da guidare, ovunque. Avrei delle rose da seccare, avrei degli occhiali da sole per riparare gli occhi dalla luce. Avrei della consapevolezza in più per parare il cuore dai colpi che posson venire. Avrei da imparare, avrei voglia di farlo.

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lunedì, 28 maggio 2007,19:55

...Ma non era già passato il treno? Stavo quasi per andarmene.. No, il treno non è passato. Guardo il cartellone ed è sempre segnato fra gli arrivi. Avevo creduto che nel frattempo fosse passato. Del tempo ne è passato e quando passa il tempo passano anche i treni. Evidentemente. Mi ero soltanto appisolata, alla fine, giusto per concludere qualcosa nella mia attesa. Ma niente. La sala ora è vuota. Il ciccione non mi schiaccia più e posso almeno respirare a mio piacimento. Si vede che aveva fame e se n'è andato al bar. Il ragazzino occhialuto ha fnito le sue crisps e ha lasciato per terra il sacchetto vuoto e unto. Escluso il sacchetto, nemmeno di lui c'è traccia. Adesso però c'è perfino troppo silenzio. E fuori piove.

Mi perdo. Mi ritrovo un attimo dopo. Le cose son sempre le stesse. Mi confondo le idee come col memory, trova la coppia e vinci. Ma non torna niente. Mi crogiolo nel niente, al ticchettio che va e va e non viene. Esco. E rientro. Gli ombrelli non parano più gli schizzi. A me mi devono parare, però. A me mi non si dice. Mi devono parere, a me. Altrimenti mi bagno. Ho le infradito e i calzoni corti. E non mi va di bagnarmi.

Potrò chiedere il rimborso?

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domenica, 27 maggio 2007,22:43

a tagliarsi troppo i capelli vengon fuori strani pensieri.. peccato, non ne avevo per niente voglia a questo giro. dei pensieri, dico. dello specchio posso fare a meno. della mente no.

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sabato, 26 maggio 2007,16:02

I nani da giardino, non sembra, ma offrono ottimi spunti. Premetto che m'intristiscono, che li ritengo l'apoteosi del kitsch, che sono una delle cose più inutili di questo mondo, che solo nel film Amelie stanno bene e possono avere un minimo di senso. Per il resto, vederli sbucare fra l'erba o fra altre mille cinfrusaglie che si vedono in certi giardini solitamente mi fa storcere la bocca. Molto.

Bene. Ho un giardino a casa a Firenze. E' il secondo giardino della mia vita, ho cambiato solo due case in 25 anni. Entrambi i giardini sono rimasti immuni da nani o stronzate del genere, con mia grande gioia, adibiti esclusivamente a cene, a letture, a qualche bacio dato di nascosto e alle prime abbronzature per compensare la mancanza di spiaggie vicine. Mi professavo fortunata per avere genitori ostili alle porcellane dalle forme fiabesche.

Mi sbagliavo. Ieri torno da lavoro alle 1.30, pure un pò stanchina e sicuramente non in vena per certe scoperte. Un'agitata di coda del mio cane era più che sufficiente. E invece. Sul camino vedo Dotto (Dotto, pure, quello più antipatico..) e un'altro della compagnia non bene identificato, ancora incelofanati e pronti a far la loro uscita trionfale. Ho salutato a malapena il cane e sono andata a dormire.

Ancora non ho capito di chi sia stata l'idea, se di mia madre (probabilissimo..) e se del babbo ( non probabilissimo ma ci si può aspettar di tutto da lui..). Mia sorella ha ironizzato sulla mancanza di Biancaneve..
Bah, i miei sono un pò così: un giorno arrivi a casa e ti trovi i nani. Torno da Bologna e mio padre vuol andare apposta al centro commerciale per comprare la lavatrice in offerta, "babbo ma dove la metti, a casa già ce l'abbiamo e pure al mare..", "si, però fa sempre comodo.. magari nella casa nuova oppure la prende la silvia..". C'era troppa fila, poi, al centro commerciale e ha fatto marcia indietro. Per non parlare dell'acqua Guizza, che fra i miei amici è uno storico.. "dai, ti accompagno io a bologna che così faccio la scorta della Guizza che qua non si trova più..". Va beh, viaggio più comoda e non dò i soldi a quello schifo di Trenitalia. Però..
Non mi lamento dei miei, non ho niente di cui lamentarmi alla fine dei conti. Mi stimano, mi danno molta fiducia, mi fanno percepire il loro orgoglio senza troppe smancerie, noto che mi tengono bene d'occhio ma da una distanza accettabile e ogni tanto fa piacere saper di avere degli occhi sicuri addosso. Nessuno dei due ha manie di possesso nei miei confronti e mi hanno lasciata tutto sommato libera in ogni scelta che ho fatto. Forse per mia madre certe scelte son costate di più che a mio padre, ma solo per la sua apprensione e il suo bisogno di covarmi il più a lungo possibile. Però ho apprezzato molto il modo con cui alla fine ha accettato le cose, cercando di non farmi pesare troppo il suo stato d'animo. Quando la sentivo da Londra tutte le sere la voce le tremolava al momento dei saluti, ma sentivo che si stava trattenendo. Se ci penso, lo fa pure adesso ogni tanto che stiamo ad un'ora di treno soltanto. Mio padre ha cominciato a commuoversi solo negli ultimi anni, o perlomeno così mi è sembrato. Mi fa ancora un pò strano vederlo con gli occhi lucidi, quando succede, non so bene come comportarmi. Solitamente abbasso gli occhi. Con mia madre mi sono sciolta molto, riesco ad abbracciarla spesso. Con mio padre non riesco. Non è un tipo austero, per niente, però da quando non sono più la bambina da portarsi dietro a pescare o sul Ciao bianco è venuto meno ogni contatto fisico. Devo dire che non l'ho cercato più di tanto neanche io. A volte mi fa un pò strano che quando chiama il cane mi ricordi molto quando chiamava me da piccola, quando tornava da lavoro, "nina piccia".. Non so se la cosa dipenda da me, o da lui, in fondo lo stesso è successo con mia sorella e persino con mia madre.
Però succede di trovarsi i nani in casa. Da quando non abito più molto la casa finiscono per stupirmi più di quanto mi sarei aspettata. Nel bene e nel male. Certe volte mi sembrano degli estranei l'uno per l'altra, uno che dorme sul divano e l'altra che ciondola sulla sedia. Certe volte si ritrovano in sciocchezze, che però mi fa piacere, sempre meglio di niente. Li vedo che invecchiano, ognuno a suo modo e m'intenerisco spesso. Lui non è che gradisca molto il passare degli anni, i sui amici sessantenni li apostrofa ancora come ragazzi. Lei l'altra settimana si è vista in foto e per la prima volta ha detto di non piacersi, di vedersi invecchiata.. si è messa a rivedersi in certi scatti nei suoi trent'anni, e bella lo era davvero. Io, scherzando, le rimprovero di non curarsi, che altrimenti farebbe sempre la sua figura, pur nei suoi 57 anni. La prendo in giro per certe sue scarpe, per il naso e i polpaccetti che mi ha (pure involontariamente, ma tantè) passato, per la sua parsimonia nel comprarsi qualcosina per sè, ma è troppo testarda per vincerla. Però per il matrimonio di qualche tempo fa si è lasciata truccare in maniera diversa dal solito, e secondo me stava propio bene. Quel che conta è lo spirito, e negli ultimi anni lei è cambiata molto dentro. Questo è ciò che più mi dispiace, non ci si può far molto quando le cose si rompono dentro. Certe volte mi sento egoista nel mio voler andare, nel mio bisogno di voler andare. Credo di dovermi ancora abituare a certi suoi dolori.

Peccato per i nani, però. Magari era un loro desiderio da sempre di averli ed io non lo sapevo.. forse preferivo non saperlo, ma non mi sento più d'immischiarmi in certe cose, questa è diventata a tutti gli effetti casa loro ed hanno tutto il diritto di metterci i nani che gli pare. Speriamo però che il cane non li gradisca e che "disgraziatamente" finisca per combinargli qualcosa..

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giovedì, 24 maggio 2007,15:39

... Perchè non ho voglia di stare a sentire chi pretende di sapere già. Ho necessità delle mie parole, e solo di quelle. Perdonatemi, pecco di insolenza certe volte.
... Perchè non ho tempo per starci a riflettere, non ho tempo per le domande, non ho tempo per i singhiozzi, non ho tempo per i musi lunghi, nè per lacrime salate al punto giusto. Per richiamarlo indietro, il tempo, ne perderei dell'altro e m'innervosirei ancor più. E neanche è detto che torni.
... Perchè se mi metto a riflettere capirò che i conti dell'oste son sbagliati, che al resto che mi ha dato manca qualche moneta, e dovrò tornare ad elemosinare ciò che mi spetta, con voce risoluta. E non ho tempo per farlo. Neanche voglia, ad esser sinceri, camperò lo stesso.
... Perchè l'asfalto brucia e annerisce i piedi, ma porta lontano. E la polvere viene via bene con un pò d'acqua.
... Perchè sono dannatamente curiosa e mi va di andar oltre le solite parole di circostanza. I sipari son fatti per essere spalancati e solo così gli occhi si struggono di meraviglia. Odio la banalità di certi gesti e certe occhiate, mi annoia tremendamente e la scanso. Solo di meraviglia si vive.
... Perchè le mani cercano. E non trovano. E si richiudono. A pugno. E lasciano. Segni.

Che rimangono.

 

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lunedì, 21 maggio 2007,03:19

Stasera bisbiglio a me stessa. Il tono della mia voce solitamente non è comunque alto, anzi, tendo pure a mangiarmi le parole. Strano che gli unici momenti in cui mi sia sentita veramente in grado di alzar la voce fin dove mi pareva sia stato su un palco, davanti a qualche poltroncina riempita dai soliti parenti e amici. Ricordo bene il suono che se ne usciva nitido e chiaro dalla mia bocca, senza timidezza di alcuna sorta. Il mio corpo era ombra. Non c'era bisogno di abbassare il tono, nè di  correre veloce all'ultima sillaba. Là sopra erano le parole a dettar legge, ognuna reclamava il proprio spazio e il proprio tempo, la mia voce e il mio corpo si rendevano strumenti inermi, si piegavano al volere delle parole.

Ma questo non c'entra. Stasera bisbiglio a me stessa perchè ci sono delle cose che non vanno urlate, non vanno maltrattate con discorsi beceri nè ostentate. Ostentare non mi piace e non mi piace chi lo fa, qualsiasi  siano i mezzi a sua disposizione. Il mio bisbiglio sarà molto auto-referenziale, ho bisogno di confrontarmi un attimo fra me e me. Bisbiglio perchè non ho niente fra le mani, nessuna prova certa, nessun segnale tangibile. E allora non posso che bisbigliare, in modo che quelli seduti vicino a me, che magari possono buttar l'orecchio, non riescano a sentir bene. Magari finirebbero col prendere i miei discorsi per quelli che non sono e non mi piacciono i fraintendimenti.

C'è quel sentimento là, quello più complicato di tutti, che non so, ma forse finirà con lo strattonarmi, farmi cadere e infine travolgermi. Lo dico, perchè è un pò di tempo che certe facoltà della mente si crogiolavano nel loro letargo e d'un tratto son tornate a far capolino. Mi piace, ad esser sincera.
Si dice che per quel sentimento là non siamo noi a scegliere ma che si è scelti, questione che avevo lasciato irrisolta tempo addietro..non so se ho ancora chiara la faccenda. Perchè: in quel sentimento là ci si ritrova tutt' a un tratto, non si riesce a capire bene cosa stia succedendo, fatto stà che nel frattempo le cose cambiano, si trasformano di punto in bianco, da vuoto a pieno, da silenzio a suono. Diventa una lotta continua con certi pensieri che non si danno pace, che battono e ribattono sullo stesso chiodo che si fa sempre più caldo. Sempre più caldo. Ok, quindi non sono io a scegliere. Però: sono io che ho scelto ad un certo punto di abbassare le difese. Sono io a scegliere di aver voglia di qualcuno, dei suoi pensieri, delle sue ironie, della sua schiena,  e di nessun altro. Oppure no? Non è affar della mente, della mia mente, il volersi dedicare a qualcuno, con tranquillità e piacere? Com'è che ad un certo punto  ci si perde e non ci si cura della via d' uscita? Chi sceglie questo, se non io?

E se il gioco  funziona con l'essere scelti e basta, di conseguenza significa che se volessi essere io a scegliere, comunque sbaglierei il tiro? Nessun rilancio, oppure magari mi si da un altro tentativo, nel caso di fallimento?

Chissà se poi alla fine di vera scelta si tratta, oppure magari si ha a che fare con strani scherzi del destino. Non lo so, a quel punto mi arrenderei. Un bel casino.

Ho bisbigliato abbastanza, senza venir a capo di niente per giunta. Ma il chiodo è sempre più caldo e se non lo raffreddo ogni tanto, finirà per squagliarsi. Ci tornerò sopra, quando tempo e cose lo richiederanno.

Puoi finger bene, ma so che hai fame

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venerdì, 18 maggio 2007,12:26

Ho voluto che qualche giorno passasse per vedere che cosa sarebbe successo. Ho voluto attendere, strano a dirsi, ma per una volta mi sono ripromessa di stare all'erta prima di cominciare a correre. Menomale che l'ho fatto, perchè con mio grande sollievo sono intatta, l'assalto è fallito e il nemico ha ripreso la sua strada. Oramai è lontano. 

Quell'ora di treno tra gli appennini  è durata un'eternità, è durata tutto il tempo necessario perchè tornassero alla ribalta certi momenti che da tempo non voglio più. Mi sono spaventata, lo ammetto. Dal finestrino mi scorrevano veloci veloci certe parole e certi gesti che finchè non sono scesa dal treno si son fatti decisamente assillanti, pedanti e noiosi per giunta. Ma in tutta la loro pedanteria sono riusciti a spaventarmi...

Mi son spaventata perchè da un pò di tempo certi giochetti della mente non m'ingannano più, certe parole son diventate puro niente, certi occhi potrei guardarli fissi se succedesse d'incrociarli, non abbasserei più lo sguardo per prima. Sicuro. E invece poi, basta ritrovarsi faccia a faccia con qualcuno che quegli occhi continua ad incrociarli e il guscio si crepa. La cartapesta si fa umida. La curiosità mi è salita da dentro, volevo sapere, volevo sentire, volevo chiedere. E' stata un'ora di sguardi eloquenti, nessuna parola poi, nessuna curiosità sedata. Da parte sua sicuramente c'era una punta di superbia, "guarda chi c'è, la povera illusa", avrà pensato. Io, a mio modo, ho tenuto duro sul fatto che qualcosa mi era rimasto dentro mentre a lei non so cosa sia rimasto.. Persa in partenza, la mia difesa, lo so. So cosa le è rimasto, so altrettanto bene cosa non è rimasto a me.  Ma oramai non m'interessa. M'interessa più la mia reazione, non la sua sicurezza e la sua spavalderia. Pure io avrei fatto lo stesso, anzi, l'ho fatto a suo tempo. Stronza che sono stata.

Comunque. Sono scesa dal treno, fino all'ultimo sono stata tentata di chiedere, volevo sapere. Le son passata di fianco, credo che il mio braccio l'abbia quasi toccata, ma ho continuato dritto. Mi son detta, ma cos'è che voglio sapere? Ed ho imboccato l'uscita della stazione, senza neanche voltarmi.

Io non voglio sapere propio niente, ecco cos'è. Perchè non c'è niente che il sapere potrebbe darmi, le mie giornate si concluderebbero comunque in agognata tranquillità, non mi porterebbe del bene ed io solo del bene voglio, ora. Oramai le domande irrisolte son scadute, precipitate nel dimenticatoio e la botola è stata chiusa. Quindi non c'è più bisogno di saper niente.

lo spavento è durato fino all'ascensore di casa. Primo, secondo, terzo, quarto, quinto piano. Son tornata al mio rifugio, son tornata con il mio bagagliuccio di ritrovata me stessa, son tornata serena. Non ho più niente di cui temere. Anzi, ho qualcosa di indicibile e piacevole a cui pensare, che non si può toccar con mano ma che comunque mi fa stare bene. E questo per ora mi basta.

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lunedì, 14 maggio 2007,14:41

Amici che si sposano. 

Inevitabile mettersi un attimo a pensare, a tavola, con i novelli consorti che ballano un lento e il tipo che intrattiene i commensali suonando canzoni allo zucchero e miele.

Felicitazioni di cuore, per altro è in arrivo un pargoletto che immagino con occhioni azzurri e una futura parlantina come la mamma. Chissà se avrà applaudito anche lui agli sposi al momento del bacio, augurandosi che quel "finchè morte non ci separi" fosse pronunciato in completa naturalezza e sincerità. Io credo di si. Chissà se da dentro il suo nido di liquidi avrà percepito che la giornata là fuori sarebbe stata una di quelle che non si dimentica. Chissà se un ballo se lo è fatto pure lui, chissà se avrà un pò pianto a veder la sua mamma così bella, nei suoi chiffon color dell'oro, e il sorriso di quelli che raramente capita di vedere. Chissà se si sarà sentito orgoglioso del babbo, pure lui con un gran sorriso, da invidiare a lei, davvero una gran fortuna riceverlo.

I pensieri mi son scappati fuori dalla mente, per un attimo sono stata in bilico tra cose del passato e cose del futuro.
Beh, lo ammetto, da brava signorinella in quell'abito di chiffon, a ballare un lento mi ci son voluta vedere un attimo anch'io. Sensazione strana, a dir la verità, dato che stavo ballando con un gran bel punto interrogativo. Pure il caschè mi ha fatto fare, quello scemo, che tra un pò cado dai tacchi alti. Ma lui mi ha tenuta stretta stretta. Quando è finito il lento mi ha preso per mano, abbiamo attraversato i tavoli rotondi, accennando saluti a parenti e amici vestiti a festa. Io mi son lasciata trascinare, che oramai mi fido di lui.. Insomma, siamo finiti in giardino, da soli per un attimo, dopo che troppa gente ci era girata intorno per tutte quelle ore, gran sorrisi e macchinette fotografiche pronte ad immortalare sguardi e bacetti..nel caso servissero per il nostro futuro delle prove tangibili di felicità vissuta...Mi son tolta le scarpe per sentire l'erba morbida, mi ha baciata, lentamente lentamente, a lungo, il bacio che sa che preferisco fra tutti gli altri. E siamo rimasti così, in silenzio, a scrutarci con occhi nuovi. Erano occhi tranquilli, i suoi, di quelli che ridono da soli. E abbiamo riso, poi, e siamo rimasti ancora un pò là sotto il sole di maggio. Eravamo noi, ognuno con la propria vita, il proprio passato, le proprie storie e sciocchezze, ognuno con i propri sbagli, ognuno con i propri dissapori, ognuno con la voglia di non abbandonare niente di quel che era stato perchè in fondo era proprio quello che ci aveva trascinato fuori, insieme, sotto quel sole. Eravamo noi. Quel noi non pesava, comunque, sapeva di buono, di leggero, di piacevole al tatto. Quel noi sapeva di onestà, di condivisione, di pazienza, di amore, di stima, di voglia di andare, di serietà ma anche di leggerezza, di attenzione, di ascolto, di spazio libero, di decisioni, di responsabilità, di supporto, di grida e di silenzi, di pranzi veloci e di cene stanche, di cene ubriache, di cene romantiche, di sana pazzia, di amore fatto dove capita, di figli fra cui Sofia, di attese, di ironia, di risate, di risposte avventate, di rabbia per risposte avventate, di voglia di dirsi, di voglia di spaccare un piatto per terra almeno una volta, di voglia di capire, di voglia di sentirsi, di voglia di stare pure un pò da soli, di voglia di ritrovarsi poi. Di voglia e bisogno di guardarsi negli occhi senza dover per forza parlare. 

Bah, la festa è finita, ma continuerà...deve continuare.

 

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venerdì, 11 maggio 2007,18:27
Certe volte è meglio evitare di crearsi complicazioni inutili. Non ne val la pena.
Ho spesso pensato che ogni cosa che mi riguarda dovesse essere affrontata con la stessa dose d'impegno e dedizione, perchè comunque fa parte del mio mondo ed è la cosa che più m'interessa, il mio mondo, con ciò che ne fa parte.
Ma non è così, comincio a capirlo sul serio. Anzi, riuscire a capire quanto peso dare alle singole cose è una gran fortuna certe volte. Io mi sa che fino ad ora mi sono impegnata troppo per far si che tutto fosse importante, a suo modo. Sciocca che sono. Non è così propio per niente. E alla fine è pure bello rendersi conto che va bene così, che non c'è bisogno di dover dimostrare sempre il massimo, ci si sente più leggeri. Pure un pò più veri, devo ammetterlo. In molte occasioni ho buttato giù bocconi amari per paura che le cose cambiassero irreversibilmente e il tutto si scompigliasse.
Comunque. Ieri alla fine non ha contato molto. Mi ero fatta problemi per niente, perchè oramai niente vale il fatto che qualcosa che c'era ora non c'è più. E' come stanno effettivamente le cose, si va e si viene, talvolta si torna e talvolta ci si saluta in modo definitivo, pur incoscentemente.
Mi spiace dirlo, ma non m'importa più. Pazienza, è andata. Mi sento sollevata, devo dire.
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martedì, 08 maggio 2007,13:38

ma quando arriva il treno?

sarà in ritardo, probabilmente..strano, la voce meccanica ancora non ha annunciato niente e di solito, con l'usuale senso d'indifferenza, è onesta con noi poveri diavoli in attesa. Mi annoio. Ho da leggere, ma non voglio farlo. Il ciccione che mi siede di fianco non mi lascia respirare. Mentre il ragazzino occhialuto di fronte mangia patatine unte e si lecca le dita ogni volta che se ne ficca una in bocca. I suoi ormoni sono in guerra e non voglio che continui a fissarmi. Il resto è niente.

ho comprato pure il biglietto in anticipo. Too early maybe. bisognava che prevedessi l'intoppo.

la mia valigia è un macigno. magari inizierò col togliere qualche sassolino, che forse si alleggerisce. e nel frattempo, il tempo passa.

anche il cane ci si mette. le sue richieste si fanno sempre più pressanti.

i just want to get out of here. and leave, for good.

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