venerdì, 08 agosto 2008,18:10
berlin, judisches museumberlino ha un gran potere. quello di lasciare intravedere il suo passato in maniera discreta e quello di esibire le linee luminose del proprio presente ( e futuro) elegantemente dai vetri dei propri edifici e dallo scorrere sobrio della vita di tutti i giorni. dall'alto della cupola del reichstag non si vedono che palazzoni e gru, ancora. ma attraversandola a piedi si ha una buona sensazione di nuovo, di ponderato, di adeguato. niente è fuori posto, neanche una delle vetrate che appaiono alzando appena gli occhi grida all'esagerazione. e il cielo riflesso non è che una delizia alla vista.
è bella. ha un profilo di quelli del nord, luminosissimo. ci sono un sacco di api, e un sacco di bar, che vendono un sacco di torte e alle api piacciono le torte tanto quanto a me. e in pratica tutte le volte che mi son seduta per una meritata sosta merenda ero in compagnia oltre che della bea anche di un sacco di api. ma non fa niente, le torte le ho mangiate lo stesso! comuqnue, api a parte, la sola zona da cui sono scappata è quella dello zoo e di ku'damm. di benetton e zara e mango se ne può fare a meno, l'orsetto knutt è quasi ogni giorno in chiusura al tg2. "i ragazzi dello zoo di berlino" resta comunque uno dei miei libri preferiti e credo lo rileggerò a breve.
invece kreuzberg e prenzlauer offrono vita di quella buona, i tanti negozi di giovani designer danno fiducia, così come la quantità impressionante di ragazze bellissime e sorridenti e col pancione (tutte e tre le cose da considerarsi insieme) che si vedono nel secondo dei due quartieri mettono di buon umore. ho visto poi almeno una ventina di esemplari potenzialmente simili alla caffetteria che abita nella mia testa, a cui poter aggiungere un piccolo reparto libri e un piccolo palco per le esibizioni dal vivo. l'entusiasmo è dovuto anche a questo devo dire.
 la sala del museo ebraico (foto sopra) lascia senza fiato, impatto forte sentire il metallo che sbatte ai passi dei visitatori. così come il labirinto del monumento in memoria dell'olocausto non lascia esattamente indifferenti, soprattutto se visitato appena arrivati in città e al crepuscolo. sdridono le risa dei bambini che giocano a nascondino fra le colonne, ma forse è giusto così, non so.

tante le altre le polaroid che mi son rimaste in mente, prima fra tutte l'ex centro sociale occupato, 5 piani di sbalordimento, mura con su una quantità di scritte e murales impressionante, artisti ad esporre, un locale all'ultimo piano con tanto di dj e divanetti easy. da noi non sarebbe possibile osare così tanto, dato che fuori dall'edificio era in bella mostra una targhetta con su scritto "centro per le arti".

ho deciso che la metto in lista berlino...

ora mi prendo una pausa per me. avrò il mare accanto, magari penserò alle decisioni che sarà necessario prendere, di quelle che mettono i brividi d'eccitazione. va benissimo così. oppure semplicemente mi godrò i giorni, senza, possibilmente, troppi dissapori interni.

e david foster wallace è l'ennesima scoperta letteraria che mi ha lasciato ottimamente convinta.
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venerdì, 01 agosto 2008,19:20
piazza-trilussa( foto sua oppure sua, ringrazio comunque entrambe : ))

il solito chiasso allegro, a piazza trilussa. le solite ore sedute sugli scalini, ore bevute o fumate o semplicemente chiaccherate, scivolate via in una notte romana con il tevere e ponte sisto di fronte.
io ero là con un pezzo di vianomentana e con lui senza un particolare motivo se non per scappare dal caldo della sera a casa, dopo una cena con pollo e patate e tiramisù. per vedere facce. per.
a piazza trilussa succede di starsene seduti per fatti propri come di ballare al ritmo dei bonghi che risuonano insieme a trombe di varia specie.

solo che poi succede di puntare gli occhi su di lui, che se ne sta sdraiato per terra, la testa scomodamente poggiata ad uno scalino, la cagna fidatamente accucciata di fianco, attenta al minimo movimento di ogni gamba che distratta avrebbe potuto urtare la sua coda, oppure lui.
lui, che con i calzini intrisi dei resti di chissà quali strade, con uno zaino in spalla e un monocliclo poggiato a terra, aveva gli occhi di chi non capisce cosa succede intorno, gli occhi di chi ha deciso di fare il possibile per non capire cosa succede intorno. in giro per la piazza, a racimolare sigarette altrui, la moretti in mano praticamente esaurita. improvvisava danze sguaiate intorno a quella sua guardia del corpo dal pelo nero e lucido, spariva e poi ritornava barcollante per via dell'alcool e di chissà cosa.
fino a quando non è spuntata lei, un fantasma pelle e ossa, una sigaretta fumata con poche energie racimolate, la canotta bianca aderente al corpo apparentemente deformato dal rifiuto del cibo ma in verità non potrei dirlo da che cosa. camminava con ai piedi un paio di ciabatte sporche, le lunghe dita dei piedi in evidenza, i passi lenti e instabili per il bere o chissà.
si è avvicinata alla cagna e sempre con movimenti lentissimi si è messa ad accarezzarle la testa, scambiando due parole con lui. poi è sparita, salendo su per la scalinata, fra gli sguardi impregnati di una curiosità intristita, potrei dire quasi disgustata, di chi si trovava là.
è riapparsa dopo poco con una borsa di carta marchiata in rosso mcdonald, quello dei pasti felici, trascinando le gambe rachitiche verso la cagna, che nel frattempo seguiva attenta ogni movimento sconclusionato di lui. lei ha tirato fuori la scatola di un big mac, l'ha ceduta alla cagna che avidamente in pochi bocconi ha finito tutto, ha divorato, leccato, tutto. ficcandoci la testa, ha cercato poi nel sacchetto dove solitamente i commessi finto-sorridenti ripongono la porzione di patatine plastificate, è tornata alla scatola del grande mac per leccare ancora. cibo.
lui barcollando ha messo fine alla lauta cena con un paio di calci al sacchetto e alla scatolina di cartone, che qualche operatore ecologico la mattina avrà rimosso insieme al vetro di decine di bottigliette posteggiate per terra. credo che la cagna non abbia badato troppo al fatto di aver ingurgitato un hamburger e due fette di pseudo pane del più globale dei fast food. lui, chissà come, forse si.
lei in tutta la sua malata magrezza, con la sigaretta tremolante fra le dita, aveva osservato silenziosa la cagna mangiare, con lo sguardo perso ma sorprendentemente materno, andandosi poi a sedere su una panchina.

per tutta la serata non sono riuscita a staccare gli occhi da quei tre personaggi che nel rumore e nelle risate indifferenti della piazza si muovevano lenti, nella loro vita appartata e plateale, nel loro esserci e nel loro scomparire. come niente fosse. come ombre assorbite ognuna in una personale modalità di sopravvivenza.
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