lunedì, 11 febbraio 2008,01:26

stasera raccontami una storia e fammi ridere, ridere tanto. credo sia una delle cose che so fare meglio. ascoltare, dico. anche ridere, in realtà. fino alle lacrime, quando la situazione lo richiede. comincia pure da dove vuoi e vai avanti anche se i miei occhi ti sembran chiusi. li tengo così, solo per riposarli, ma non significa che stia dormendo. non dormirò, promesso. e non vedi la smorfia della bocca, dischiusa in un sorriso beato? vai avanti, vai avanti ancora un pò, che ti sto ascoltando. lo facevo pure da piccola di tener gli occhi così socchiusi, quando non volevo salir di sopra da sola: appoggiavo la testa sopra il ventre di mia madre e dicevo che stavo là ad ascoltare ad occhi chiusi, che era diverso dal dormire. non era vero che non dormivo, racimolavo tutte le mie forze per dire quelle poche parole con tutta la convinzione possibile e poi cedevo, inevitabilmente. ma funzionava comunque.

ecco, vedi, continuo a svelarti ogni mio segreto. questo è un altro, uno dei più importanti, perchè i segreti di quando si è piccoli sono quelli di cui si promette di non dirli proprio a nessuno, per sempre. vedi di custodirlo bene il segreto. per sempre. e lascia che le mie spalle restino scoperte, che mi piace la sensazione del freddo compensata dal caldo del corpo sotto le coperte.

e continua a raccontare, che io ti ascolto.

 

 

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mercoledì, 19 dicembre 2007,22:23

... direttamente dal magico mondo dell'irrealtà ...

come concordato, la casetta sarà in stile vittoriano, avrà un paio di piani e vorrei che fosse luminosa. vorrei che al piano terra ci fosse una cucina anche piccola ma che insieme al salotto ci fosse anche quella specie di giardino d'inverno, con le finestre grandi, dove piazzeremo un divano enorme dove si potrà leggere, godendo della luce del sole anche se fuori ci saranno tipo 5 gradi e diluvierà. per salire sopra ci saranno quelle scale che si rivelano sempre un incubo dopo una serata alcolica, vedremo di metterci almeno lo scorrimano, ok? piano sopra, camere più facciamo due bagni, in comodità proprio. vorrei anche il girdino, che dici? di quelli sul retro, così che da giugno-luglio partiranno una serie di barbeque con salsicce e niente rosticciane, che là mi sa tanto non se ne trovano.. pazienza..

tu, ovvio, lavorerai in quella piccola casa di produzione cinematografica dove avrai l'onere di valutare i film e di occuparti del piccolo festival che da qualche anno hai deciso di organizzare. è piccolo il festival, però comincia a riscuotere successo (e poi non si può chiedere troppo..). i tuoi colleghi saranno molto fighi e simpatici, inutile dirlo.

io occuperò le mie giornate nella libreria con le pareti azzurro chiaro, arancio e giallo, piccolina ma con lo spazio per un piccolo bancone e tre-quattro tavolini dove chi vorrà (ovvio che saranno in molti, fila fuori continua..) potrà gustarsi colazioni, pranzi e merende... il tutto senza eccessiva scelta perchè sarò io ad occuparmene e non credo di voler passare tutto il mio tempo dietro ai fornelli.. nel frattempo avrò sicuramente imparato a destreggiarmi bene con padelle e pentolozze.. la bea ogni tanto verrà a farsi una cantatina, metterò un piano ma di quelli a parete perchè la libreria come già detto è piccola. readings e mostre (ciaci ovvio che esporrà!) assicurati.

il tutto dopo una tesi proprio fatta a modino, discussa in un afoso luglio, qualcuno che (si spera..) ci canterà "dottore-dottore-dottore-che buco di cul-vaffancul-vaffancul" e tutte e due ad infamare questo qualcuno perchè la canzoncina ci sta sul cazzo, dopo una festa in un casolare fra i girasoli/gazebo in riva al mare, dopo mesi di duro lavoro (sigh..)  e d'innumerevoli turni alla sala, dopo una settimana al mare per iniziare a scrivere (ancora però non è che son tanto convinta, eh..), dopo sbattimenti multipli... il tutto con con un buono ryan da 25 euro in mano.. un ottimo regalo di natale che ci saremo praticamente autoregalate..

basta poco.. no?!

 

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mercoledì, 28 novembre 2007,23:07

le ho sempre detto che quel letto è troppo scomodo per due, e poi per me che sono abituato alle due piazze figuriamoci. ma tanto, figurati se mi darà mai ascolto!

le avevo proposto anche che sarei stato io a comprarlo, che lo avrei montato addirittura, costringendomi ad una domenica pomeriggio di reclusione tra trapano e viti e istruzione per l'uso. niente. preferisce passare notti appiccicata al muro, costretta in uno spazio piccolo piccolo, solo perchè non vuole un letto a due piazze. e pensare che nella sua stanza c'è un sacco di spazio che le serve soltanto per camminarci su e giù, al massimo al cane per farsi rincorrere.

un due piazze sarebbe perfetto, ne avevo visto uno che le sarebbe piaciuto sicuro nel catalogo ikea, quello che è arrivato ieri mattina. l'ho aperto ieri sera sul cesso e tac, eccoti il letto che io vedevo esattamente per quella stanza tutta colori e libri e poster e tende e cuscini e tappeti. "il letto con l'impalcatura bianca le piace sicuro", ho pensato richiudendo la zip. "sicuro le piace. perchè a lei piacciono un pò quelle forme là, non troppo moderne ma neanche troppo classiche, la conosco bene ormai. e secondo me lo dovrebbe proprio mettere al centro della stanza, e non attaccato al muro come quello che ha adesso. e la scrivania poi basta avvicinarla alla finestra, che così c'è anche più luce. e al posto della scrivania si sposta la libreria ed è fatta".

ho pensato tutto questo, durante la notte, che tanto non dormivo comunque visto che la spalla a forza di abbracciarla aveva preso a darmi un gran fastidio. magari potevamo andarci proprio la mattina seguente all'ikea, che anche se era domenica erano aperti dalle dieci. se fossimo andati presto presto non ci sarebbe stata neanche la noia della coda alle casse. e poi già prima di pranzo avremmo potuto iniziare a leggere le istruzioni di montaggio. magari si poteva mangiare un panino veloce per finire prima che arrivassero gli altri. e così per la sera il letto era bello che pronto. e anche se la domenica di solito non resto a dormire da lei, che so che le piace starsene un pò per conto suo, però magari per quella sera potevo anche rimanere.

e così l'ho svegliata tipo verso le otto, e mentre si stropicciava gli occhi come fa sempre, e io che la guardavo e mi pareva proprio bella nella canotta azzurra, le ho detto tutto quel che mi era venuto in mente durante la notte e le ho detto anche che non mi pesava restare la domenica in casa a montare un letto perchè sarebbe stato il suo letto, il nostro letto quando sarei stato da lei come il  mio letto che diventava nostro quando lei stava da me e ho spostato un pò la scrivania verso la finestra per farle vedere che c'era più luce specie la mattina e così si è fatto posto anche per la libreria che non mi son messo a spostare perchè è troppo pesante per farlo da solo e lei stava sempre sotto il piumino rosso e non volevo che si alzasse e..

"aspetta un attimo".
"cosa? ah, ho capito, non ti piace l'impalcatura bianca, avevo visto anche quella tipo ferro battuto ma vedevo meglio il legno per com'è arredata la stanza e poi magari con i cuscini e un bel piumino, anche questo rosso starebbe benissimo ma forse verd.."
"non lo voglio il letto a due piazze"
"..... c'è anche una piazza e mezzo che tanto ci stiamo bene uguale in due e poi c'è nello stesso modello che secondo me messo qua proprio nel mezzo sta alla grand.."
"non voglio neanche la piazza e mezzo"
"...."

"....."
"pensavo che dopo l'ultima volta..."
"mi spiace, ma non lo voglio il letto a due piazze. adesso"
"ma cos'è che cambia adesso o tra un pò? tantovale prenderlo adesso che io tutte le volte mi alzo con la spalla spezzata. vorrà dire che non dormirò più da te se così deve andare, perchè guarda, la mia spalla davvero non ne vuol sapere di doversi rannicchiare ancora in questo letto che secondo me è pure più piccolo di una piazza normale, eh si, è proprio più piccolo col culo che mi ritrovo che vado a trovarmi l'unica ragazza con il letto più piccolo di una piazza e..
"mi piace il mio letto. e non mi va di cambiarlo. sta bene qua, vicino al muro, e se ci stringiamo un pò riusciamo a starci anche in due. credo sia tu ad aver bisogno di maggiore spazio"
"allora non hai capito che ho la spalla a pezzi e che la mattina mi alzo tutto stranito ogni fine settimana e resto con i coglioni girati solo perchè questo letto è più piccolo di una miserissima piazza e chiedo soltanto una mezza piazza in più, ancor meglio due a dir la verità ma..
"tu non chiedi una mezza piazza in più.."
"......."

"......"
"vorrei che non mi richiedessi una mezza piazza in più per la tua spalla, finchè non entrerai un giorno e non poserai il tuo borsone su di un letto grande nel mezzo della mia stanza, dove io avrò voluto metterlo perchè io avrò avuto voglia di più spazio durante la notte invece che il freddo del muro alla schiena e il caldo del tuo braccio sul mio fianco"
"......"
"quella mezza piazza in più per me sarebbe uno spazio sconfinato nel quale mi perderei sicuramente, e non ho voglia di perdermi, adesso"
"......"
"alla tua spalla penserò tutte le mattine del finesettimana se vorrai, basta poco per farla tornare a posto!"
"......"
"e l'impalcatura bianca mi piace, ma la vorrei bianca per poi colorarla con i miei colori, quelli che ho nel garage dai miei e che dopo aver dipinto la libreria non ho più toccato, ti ricordi?"
"......."
"e la scrivania difronte alla finestra ha molta più luce diretta, ma d'inverno con tutti gli spifferi che ci sono avrei il raffreddore per tre mesi a diritto!"
"......"

poi si è alzata, le gambe ancora un pò abbronzate nonostante fosse già autunno inoltrato, i capelli corti e un pò gonfi come ogni mattina. è venuta verso la scrivania che nel frattempo avevo rimesso al suo posto e mi ci ero seduto sopra. mi ha baciato con il suo bacio della mattina, di quelli che scappano, mi ha guardato dritto, sorridendo un pò.

"faccio il caffè?"
"credo di averlo finito io ieri sera. per me va bene del latte freddo"

............

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lunedì, 26 novembre 2007,23:25

non ci sono reazioni giuste o sbagliate. e quindi ho deciso di afferrare la sciarpa e il cappotto e di uscire a farmi due passi. perchè proprio non mi andava di servire loro tè e pasticcini, sorridere indifferente e continuare a leggere le domande del trivial. proprio no.

perchè non c'era niente di cui sorridere, in quella giornata sgangherata, che veniva dopo altre giornate che di lineare non avevano avuto niente. e se loro sorridevano evidentemente avevano un buon motivo per farlo, si vede che una volta svegli non avevano dovuto preoccuparsi del caffè che manca o dei biscotti finiti. si vede che le loro stanze erano piuttosto in ordine, che l'acqua calda non finiva mai nelle loro docce e che le loro camice profumavano ancora di ammorbidente.

io mi ero dovuta preoccupare di un risveglio scomodo, di una colazione mal digerita e di un pranzo pesante. mi ero dovuta inventare un bel finale ad una dscussione inutile che aveva preso la solita brutta piega. mi ero dovuta sorbire un pomeriggio di compagnia quando tutto ciò di cui avrei avuto voglia sarebbe stato tornare in quella libreria caffè che da poco avevo scoperto, tornare a quello scaffale in particolare, tornare a casa, poi, in compagnia di 150 pagine da scoprire e da capire.

loro invece avevano deciso per me, e adattarsi alle decisioni altrui non è sempre semplice. ne immediato. son arrivati, si son accomodati sul divano ed hanno iniziato il solito show. hanno apparecchiato per l'ennesima e lunghissima partita a trivial, così che poi non ci sarebbe stato il bisogno di pensare ad alternative per far scorrere via il tempo. il mio tempo. giusto il tempo di un pomeriggio. son partite le domande poi.

li ho lasciati seduti, con aria inebetita a chiedersi cosa stessi facendo, che oramai bastava soltanto la laurea in geografia per finire la partita. ma non mi sono preoccupata di rispondere, questa volta. non mi andava più di tirare quel dado che tutte le volte faceva uscire il numero sbagliato. ho detto soltanto "esco". e sono uscita.

non sono andata in nessun luogo, ad esser sincera, sono soltanto uscita da discorsi di cui non avevo molta voglia, sono uscita da una giornata che non aveva avuto senso fino ad allora, sono uscita da un gioco che sicuramente non avrei vinto, sono uscita per dell'aria. per alzare gli occhi e tovarmi difronte la luna che si era fatta arancione, esattamente come quella sera. "strano davvero". e bella la luce nel mio piccolo intorno, il lampione spento ed un albero quasi spoglio a cui potersi appoggiare. avrei voluto appoggire là i pensieri stanchi, quelli che correvano già da tempo e lentamente cominciavano a rallentare. avrei voluto ricomporre la chioma di quei rami secchi e grigi, lasciare le parole a dondolare leggere per aria, infastidite solo dal vento. forse a quel punto me ne sarei tornata anche al trivial. o perlomeno avrei servito il tè.

invece ho osservato per terra quale potesse essere la foglia più bella, quella più grande, quella più strana e quella dai colori più caldi. ne ho raccolte sei e mi son ripromessa di farle asciugare sul termosifone che poi qualcosa ci avrei fatto sicuro. magari le avrei regalate alla fine di una serata come si deve, non come quella che si sarebbe spenta di li a poco. magari si sarebbero sgretolate e non ci avrei fatto proprio niente. mi sono osservata le punte sporche degli stivali ed ho ricordato il prato umido del giorno prima. "le adidas sarebbero andate meglio". ho sentito caldo per la sciarpa nuova che avevo rigirato bene intorno al collo. ho sorriso di due ragazzini abbracciati sotto la pensilina del tram, lui fiero dei pantaloni che dietro gli permettevano di esibire boxer grigi di cotone e lei fiera di piccole attenzioni che da quel momento non le sarebbero mai più apparse scontate. ho contato cinque autobus sfilarmi davanti, con luci al neon a far da riflettori su facce svogliate o poco felici.

"sale signorina?"
"oh, no no, mi scusi, aspetto il prossimo magari"

......

 

 

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mercoledì, 03 ottobre 2007,09:11
c'è un ragazzo su via regina margherita che son due mattine che lo incontro. Sta seduto sul marciapiede, dove ha allestito la sua piccola mostra di disegni, sistema tutto in modo accorto per far si che chi passa possa buttarci un'occhio. non sono opere d'arte, somigliano più ai disegni che si cominciano a fare sui 5-6 anni. non gli ho chiesto niente, non so se li abbia fatti lui, come la maggior parte delle persone tiro dritto, al massimo mi soffermo al rosso del semaforo poco più avanti.
Però ieri mi ha sorriso ed ho ricambiato. erano circa le 10. questa mattina assieme al sorriso mi ha detto "ciao", un bel ciao, di pancia. ho detto "ciao" anch'io. erano le 8.45. ed ho notato che a quell'ora le persone per strada hanno tutte un certo ghigno. magari pure io cel'ho, non so.

oggi però ho sorriso. e mi ha fatto bene.
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mercoledì, 06 giugno 2007,12:06

L'ho incontrata quasi per caso, nel silenzio dei suoi giorni. A tratti mi ha detto di volersi rendere quasi invisibile, di non voler dare troppo nell'occhio, di voler osservare senza esser curata. Mi ha detto che in quegli attimi rimane succube di parole non dette, di gesti che vorrebbero rendersi plateali, di tanti chissà che la tengono forte e dai quali le rimane difficile liberarsi. In quegli stessi attimi, dice, se non trova appigli rischia di annegare, e solo la sensazione dell'acqua che le ottura il naso la fa soffocare. E' per questo che continua ad osservare, in silenzio, partecipe di vite che le scorrono parallele, qualcuna che incrocia la sua, qualcuna che corre via dritta, lunga e monotona.
Le piace esserci, la fa sentire viva. Le piace anche non esserci, nessun clamore, nessuna banda che rumoreggia con i suoi piatti e tromboni ad annunciar la festa. Le piace il silenzio di quella casa non sua, in cui riesce a ritrovarsi certe volte. Non la spaventa il silenzio, riesce a riempirlo in ogni singolo spazio, se vuole, altrimenti ci si culla nel suo ritmo andante.

L'ho vista ultimamente che scorrazzava tra una giornata lunghissima e un'altra di quelle che volano, tra ore che cercano e trovano, tra ore che rimangono con un pugno di niente in mano. Senza pausa è passata da brusii a silenzi, si è chiesta, si è addormentata, si è lasciata trasportare, si è fermata, poi, un attimo. Le piace prestare attenzione a certe parole, le piace arrovellarsi in discorsi contorti ma non troppo, sa che non la portano da nessuna parte ma comunque, nel momento, la rinfrescano, un po’ come la pioggia che sente sbattere sulla terrazza.

Ha ordinato la caipiroska alla fragola che da un pò desiderava, le è stata servita con la cannuccia blu come aveva auspicato, l'ha sorseggiata ma in fondo non ha trovato lo zucchero. Non c'era che ghiaccio sciolto.

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lunedì, 14 maggio 2007,14:41

Amici che si sposano. 

Inevitabile mettersi un attimo a pensare, a tavola, con i novelli consorti che ballano un lento e il tipo che intrattiene i commensali suonando canzoni allo zucchero e miele.

Felicitazioni di cuore, per altro è in arrivo un pargoletto che immagino con occhioni azzurri e una futura parlantina come la mamma. Chissà se avrà applaudito anche lui agli sposi al momento del bacio, augurandosi che quel "finchè morte non ci separi" fosse pronunciato in completa naturalezza e sincerità. Io credo di si. Chissà se da dentro il suo nido di liquidi avrà percepito che la giornata là fuori sarebbe stata una di quelle che non si dimentica. Chissà se un ballo se lo è fatto pure lui, chissà se avrà un pò pianto a veder la sua mamma così bella, nei suoi chiffon color dell'oro, e il sorriso di quelli che raramente capita di vedere. Chissà se si sarà sentito orgoglioso del babbo, pure lui con un gran sorriso, da invidiare a lei, davvero una gran fortuna riceverlo.

I pensieri mi son scappati fuori dalla mente, per un attimo sono stata in bilico tra cose del passato e cose del futuro.
Beh, lo ammetto, da brava signorinella in quell'abito di chiffon, a ballare un lento mi ci son voluta vedere un attimo anch'io. Sensazione strana, a dir la verità, dato che stavo ballando con un gran bel punto interrogativo. Pure il caschè mi ha fatto fare, quello scemo, che tra un pò cado dai tacchi alti. Ma lui mi ha tenuta stretta stretta. Quando è finito il lento mi ha preso per mano, abbiamo attraversato i tavoli rotondi, accennando saluti a parenti e amici vestiti a festa. Io mi son lasciata trascinare, che oramai mi fido di lui.. Insomma, siamo finiti in giardino, da soli per un attimo, dopo che troppa gente ci era girata intorno per tutte quelle ore, gran sorrisi e macchinette fotografiche pronte ad immortalare sguardi e bacetti..nel caso servissero per il nostro futuro delle prove tangibili di felicità vissuta...Mi son tolta le scarpe per sentire l'erba morbida, mi ha baciata, lentamente lentamente, a lungo, il bacio che sa che preferisco fra tutti gli altri. E siamo rimasti così, in silenzio, a scrutarci con occhi nuovi. Erano occhi tranquilli, i suoi, di quelli che ridono da soli. E abbiamo riso, poi, e siamo rimasti ancora un pò là sotto il sole di maggio. Eravamo noi, ognuno con la propria vita, il proprio passato, le proprie storie e sciocchezze, ognuno con i propri sbagli, ognuno con i propri dissapori, ognuno con la voglia di non abbandonare niente di quel che era stato perchè in fondo era proprio quello che ci aveva trascinato fuori, insieme, sotto quel sole. Eravamo noi. Quel noi non pesava, comunque, sapeva di buono, di leggero, di piacevole al tatto. Quel noi sapeva di onestà, di condivisione, di pazienza, di amore, di stima, di voglia di andare, di serietà ma anche di leggerezza, di attenzione, di ascolto, di spazio libero, di decisioni, di responsabilità, di supporto, di grida e di silenzi, di pranzi veloci e di cene stanche, di cene ubriache, di cene romantiche, di sana pazzia, di amore fatto dove capita, di figli fra cui Sofia, di attese, di ironia, di risate, di risposte avventate, di rabbia per risposte avventate, di voglia di dirsi, di voglia di spaccare un piatto per terra almeno una volta, di voglia di capire, di voglia di sentirsi, di voglia di stare pure un pò da soli, di voglia di ritrovarsi poi. Di voglia e bisogno di guardarsi negli occhi senza dover per forza parlare. 

Bah, la festa è finita, ma continuerà...deve continuare.

 

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lunedì, 16 aprile 2007,19:45

Lei sapeva che prima o poi sarebbe successo, segretamente e fortemente lo desiderava oramai.


Per tutti quegli anni aveva vissuto come se quel momento non le appartenesse, come se non fosse una sua necessità. Forse fino ad allora nessuno era riuscito nell'intento di osservarla davvero, nell'intimo, tanto da farle capire la necessità di quell'attimo. Forse fino ad allora nessuno l'aveva guardata con gli occhi con i quali lei voleva essere guardata. E sola, con le sue piccole e instabili certezze, si era resa immune da qualsiasi capriccio del corpo. Come si zittisce un bambino alzando un pò il tono della voce, così lei si era preoccupata di zittire qualsiasi pulsione che non appartenesse alla sfera delle sue conoscenze. Si diceva convinta dei propri pensieri, dei propri gesti e dei propri desideri, non lasciava spazio a possibili dubbi. Il tutto, per non accollarsi inutili sofferenze, inutili dissapori. Codardia. E un pizzico di amor proprio.


Da pochi giorni le sue certezze erano state rese vane, tutto ciò che di solido credeva di avere intorno si era di colpo scheggiato ed era in attesa che il primo pezzo si frantumasse a terra.
In modo inaspettato fu incantata da occhi profondi, della cui sincerità non è mai riuscita ad essere certa. Quegli occhi seppero ammaliarla, seppero darle ciò che aveva cercato per lungo tempo e dal primo momento in cui ne rimase stregata non si preoccupò più di niente. Il suo mondo non era più suo. La sua pelle non era più sua. I suoi desideri non erano più suoi. Corpo e anima si scissero, di li a poco si sarebbero dichiarati guerra e niente sarebbe poi servito a decretare una tregua.
Quegli occhi continuavano a guardarla e la desideravano. Riuscivano a spogliarla delle sue certezze. Oramai nuda, i suoi, di occhi, non potevano che socchiudersi, abbandonarsi al volere altrui, impotenti di fronte a tanta forza. Ebbe la capacià di resistere, ma solo per breve tempo. Vani si rivelarono i tentativi di far appello a quel suo lungo passato. Era il presente a dettar legge, una legge che cominciava ad apparirle più giusta e perfino più facile da rispettare.

Quel pezzo cadde, si frantumò in mille dettagli ma non fece troppo fragore. Fu in un quieto istante. Successe una sera d'inizio primavera, una primavera che non sarebbe stata come tutte le altre. Quella sarebbe diventata la sua primavera.

Successe in tutta pienezza.

Successe in tutta presenza.

Successe nel completo ardore.

Successe con la consapevolezza del qui ed ora.

Fu invocata la felicità eterna, quella notte. Non fu sufficiente, poi, ma in quel quieto attimo le sembrò ciò che di più sacro le si potesse regalare.

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